domenica 26 aprile 2015

Un bancomat chiamato Lombardia

Fonte: TEMPI

di Luigi Amicone

Secondo la Costituzione dello Stato italiano le regioni " ma statuto speciale"sarebbero cinque su venti. Nei fatti però sono 19: tutte tranne la Lombardia.



Domanda da terza elementare: quante sono le regioni italiane? Le regioni italiane sono 20. Bravo Pierino. E sapresti dirmi quali di queste venti regioni sono a “statuto speciale”, cioè sono regioni a cui la Costituzione italiana ha concesso, tra l’altro, il privilegio di trattenere sul proprio territorio chi il 60, chi il 70, chi il 90, chi il 100 per cento delle tasse pagate dai cittadini? Ma certo che lo so signora maestra! Le regioni a statuto speciale sono cinque: il Friuli Venezia Giulia, che trattiene il 60 per cento dei tributi; la Sardegna, che si tiene il 70; la Valle d’Aosta e il Trentino Alto Adige, il 90; la Sicilia, il 100 per cento. Molto bene, Pierino.
Adesso vai a casa e studia i fatti. Perché al di là di quello che sta scritto nella Costituzione, in realtà le regioni a statuto speciale sono 19, mentre una, e una soltanto, è a statuto ordinario. La Lombardia. Il bancomat dello Stato centrale. Dopo di che capirai perché i grandi corpi dello Stato (procure), i grandi giornali statalisti (Repubblica) e i grandi partiti centralisti (Pd), sono ancora a mordere questa regione “ordinaria”, nel tentativo di radere definitivamente al suolo (come hanno fatto con Formigoni, non parliamo di Berlusconi e, più recentemente, con il politicamente lombardo Lupi) un modello di buon governo di cui si è voluto in ogni modo impedire l’affermazione a livello nazionale.

Quanti default mascherati
Ricapitoliamo. Il tema è: quanto pagano i cittadini per mantenere servizi e amministrazione pubblica (almeno) decenti? Quali sono le regioni che spendono meno e meglio le tasse dei cittadini? La settimana scorsa abbiamo illustrato i dati in cui emerge la distanza siderale che c’è tra il governo lombardo e tutti gli altri nell’uso dei soldi dei contribuenti. Dal costo pro capite del personale pubblico (19,8 euro in Lombardia, record nazionale di spesa minima, 177 euro in Molise, record di spesa massima; media nazionale: 43,9) alle spese per la sanità che rappresentano l’80 per cento del budget delle regioni (il costante pareggio di bilancio della Lombardia contro le decine di miliardi di buco accumulati dalle regioni del Sud con conseguenti piani di rientro, malasanità, pesanti ticket, disagi per l’utenza; l’arrancare anche delle regioni del Centro-Nord, i disavanzi di quelle a statuto speciale).
Dalle aliquote fiscali Irpef e Irap (mediamente superiori ovunque alle aliquote lombarde) alla situazione del trasporto pubblico locale (dove ancora una volta la Lombardia si segnala per essere largamente al di sopra del livello minimo di efficienza, mentre da Roma in giù il servizio dei trasporti locali è allo sbando, tecnicamente “in default” se non fosse sussidiato dallo Stato). Da ultimo avevamo visto che mentre la Lombardia paga regolarmente i propri fornitori e perciò non chiede un cent allo Stato, la sola regione Lazio, per non fallire come pubblica amministrazione e, soprattutto, per non far fallire i suoi creditori, si è “mangiata”  tra il 2013 e il 2014 una cifra pari a sei volte il presunto “tesoretto” del governo Renzi, incassando dallo Stato, cioè dalla collettività, oltre 9 miliardi in “anticipazioni finanziare” cosiddette. Che in realtà sono “mutui”, visto che il Lazio e le altre regioni che ne hanno usufruito (Campania e Piemonte su tutte) devono restituire questi soldi “anticipati” dallo Stato in 30 anni (ma allo Stato non è stato fatto divieto dalla Costituzione, articolo 119, di fare debito per la spesa corrente?).

La madre di tutte le sperequazioni
Adesso aggiungiamo questa bella tabella (vedi sopra) e i compiti che la maestra ha dato a Pierino. Come mai la Lombardia è l’unica regione italiana che non gode di uno “statuto speciale”? Osserva la tabella, Pierino. Non ti sembra che, eccetto la Lombardia, siano ormai “speciali” tutte le regioni italiane, in via di principio (costituzionale) o di fatto (per politiche di governo dello Stato)? Vediamo. La Lombardia ha il più alto residuo fiscale nazionale. Sfiora i 54 miliardi di euro l’anno. Significa che un buon 32 per cento del suo saldo positivo tra entrate e spese (comprese quelle per il buono scuola, per la difesa della vita nascente, per il sostegno alle famiglie e parecchi altri provvedimenti sociali assenti in quasi tutto il panorama regionale del Paese) la Lombardia lo devolve interamente allo Stato.
In “solidarietà” alle regioni meno abbienti e in perequazione al gettito delle regioni più piccole. Ora, proprio tenendo presente questa percentuale di residuo fiscale, al di là delle cifre in valore assoluto versate a Roma (che dipendono ovviamente da quantità della popolazione e distribuzione di ricchezza e povertà nei vari territori), salta immediatamente agli occhi l’iniquità e l’ingiustizia pazzesca che lo Stato centrale esercita nei confronti della Lombardia. Essa, infatti, è la regione italiana che in percentuale trattiene il minore gettito (entrate). Solo il 68 per cento. Viceversa, in tutte le altre regioni succede il contrario.
Succede che, benché 9 delle altre regioni italiane presentino residui fiscali in valore assoluto molto più bassi di quelli della Lombardia e le rimanenti altre 10, concentrate al Sud, addirittura residui negativi, tutte e 19 trattengono e spendono per sé percentuali altissime del gettito locale, e sono quindi divenute di fatto tutte regioni a statuto speciale. C’entrano niente, nel caso esaminato, le opinioni politiche. Le generalizzazioni demagogiche dei giornaloni contro la “casta” dei politici. Il vittimismo sulle regioni “povere”. Le furbastre ondate di indignazione orchestrate contro questo o quel “ladro” dal circuito mediatico-giudiziario. Qui – come per i dati esposti settimana scorsa e sintetizzati sopra – c’entra un sistema. Qui c’entra uno Stato centralista che fa dell’iniquità, della sperequazione e, quindi, dello sperpero delle risorse un sistema ben oliato e superlegalizzato.
Approfondiamo. Dopo la Lombardia, la seconda regione più “spremuta” dallo Stato è il Veneto. Però siamo già 6 punti percentuali sopra la Lombardia, cioè al 74 per cento delle entrate trattenute, spese sul proprio territorio. Un “privilegio” superiore a quanto la Costituzione assegnerebbe alla Sardegna. Piccolo particolare: la Sardegna trattiene e spende in regione non il 70 e neanche il 100 per cento delle entrate. Bensì, il 100 più un rabbocco di un altro 26 per cento prelevato in solidarietà dalla cassa comune dei contribuenti italiani. Ma questo non è niente.
Piemonte, Toscana, Marche, Umbria, Lazio e Liguria, a cui lo Stato concede di trattenere e spendere, nell’ordine, andiamo per difetto, l’83 per cento delle entrate, l’84, l’87, il 90, fino a picchi del 92 (Lazio) e 95 per cento (Liguria), sembrano regioni quasi più “speciali” del Trentino Alto Adige (96 per cento). Di sicuro, più “speciali” delle amministrazioni pubbliche trentine e altoatesine sono l’Abruzzo (105 per cento), la Basilicata (106), la Campania (107), il Molise (109) e la Puglia (109). Significa che a tutte queste amministrazioni regionali non soltanto lo Stato concede il privilegio di trattenere e spendere in loco l’intera posta fiscale, ma siccome spendono più di quello che incassano, lo Stato mette a disposizione di queste regioni un bancomat (dicesi “trasferimenti”) per prelevare altri soldi dalla cassa comune di tutti i contribuenti italiani (e specialmente lombardi).

Traduzione per i contribuenti
Domanda: lo Stato concede tale privilegio a queste regioni perché esse erogano servizi particolari, più “speciali”, di quelli erogati dal Trentino Alto Adige? Se così fosse, si capirebbe perché non è affatto la Sicilia la regione più “speciale” d’Italia (120 per cento), ma è la Calabria. Regione a “statuto speciale” per eccellenza, visto che incassa e trattiene e spende quasi il 128 per cento, tra entrate e rabbocchi statali.
Tradotta in soldini pagati dalle comunità regionali dei contribuenti, la morale è la seguente. Come ci ricordano gli Uffici Studi della Cgia di Mestre sulla base dei dati Unioncamere e dei conti pubblici territoriali (Cpt), la Lombardia, pur gestendo mediamente bene le tasse dei suoi cittadini, pur mantenendo servizi mediamente superiori alla media nazionale, subisce da parte dello Stato centrale i maggiori tagli e prelievi di risorse.
Tradotto in euro pro capite, ci ricorda la Cgia, significa che con residui fiscali annui pari a 53,9 miliardi di euro in Lombardia, «ogni cittadino lombardo (neonati e ultracentenari compresi) dà in solidarietà al resto del Paese oltre 5.500 euro all’anno». E tutte le altre regioni? Per lo più spendono. E soprattutto spandono. Tanto paga Pantalone lombardo.


sabato 4 aprile 2015

Presentazione della candidatura a Sindaco di Roncadelle (BS) per la lista "Roncadelle pro Lombardia indipendenza" di Alessandro Ceresoli.

Un momento della conferenza stampa. Da sinistra Luca Ragni, Alessandro Ceresoli e Giulio Mattu


Roncadelle cambia volto!
Nella conferenza stampa di oggi, sabato 4 aprile 2015, Roncadelle pro Lombardia Indipendenza ha ufficializzato il proprio candidato sindaco per le elezioni comunali di Roncadelle che si svolgeranno il 31 maggio 2015.

Alessandro Ceresoli, 29 anni, guiderà la lista indipendentista sfidando la giunta uscente del Partito Democratico: nell'intervista rilasciata ai giornalisti locali è stato ribadito l'impegno di Roncadelle pro Lombardia Indipendenza a favore dell'occupazione roncadellese in contrapposizione con il nuovo mega centro commerciale appoggiato dall'ex sindaco Michele Orlando.
Fondamentale punto del programma verterà sul non rispetto del Patto di Stabilità italiano che non permette alla comunità roncadellese di spendere le già esigue risorse che rientrano da Roma: le stesse che come nel resto della Lombardia nel quinquennio passato si sono ridotte quasi allo zero pregiudicando il basilare funzionamento del comune.
La sicurezza sarà fondamentale essendo il nostro paese balzato di continuo alle cronache per i numerosi episodi criminali avvenuti in modo troppo frequente.
Punto importante della lista pro Lombardia Indipendenza sarà l'applicazione della Democrazia diretta: in questo modo le decisioni vincolanti passeranno al vaglio della comunità roncadellese e non resteranno esclusiva del partito che guida il paese.
Roncadelle pro Lombardia Indipendenza intende tutelare l'interesse della comunità di Roncadelle a differenza di chi fino ad oggi ha fatto gli interessi di Roma.
Rivolgiamo il nostro invito alla Roncadelle che guarda avanti e che crede nel cambiamento del nostro paese!
Roncadelle pro Lombardia Indipendenza

Giulio Mattu

Luca Ragni

giovedì 2 aprile 2015

Stampa locale: RONCADELLE-Pro Lombardia indipendenza verso le elezioni comunali del 31 maggio 2015

Ennesima cementificazione che non porterà posti di lavoro.

RONCADELLE proLombardia indipendenza si batte contro i mega centri commerciali e la cementificazione selvaggia, in difesa del piccolo commercio e del livello di vita di tutta la popolazione roncadellese.



mercoledì 1 aprile 2015

RONCADELLE: consiglio comunale di martedì 14 aprile 2015


Integrazione all'ordine del giorno con aggiunta dei seguenti punti all'ordine del giorno:

- Esame ed approvazione modifiche al Regolamento comunale di Polizia Mortuaria
- Mozione presentata dal Consigliere Comunale Mattu Giulio di pro Lombardia indipendenza (Gruppo Consigliare Misto) "NO ALLA DISCARICA DELLA MACOGNA"

venerdì 27 marzo 2015

Inchiesta sulle mancate bonifiche in Lombardia e sul traffico illecito dei rifiuti in regione.

Fonte: LINKIESTA
di LUCA RINALDI

Inchiesta in due puntate pubblicata tra aprile e maggio 2014 sulle mancate bonifiche in Lombardia e sul traffico illecito dei rifiuti in regione. 


Lavori che procedono a rilento, commissari compiacenti e inchieste giudiziarie.

Il traffico illecito di rifiuti tocca da vicino Expo 2015. A Milano il 10% delle inchieste.            

domenica 15 marzo 2015

RONCADELLE: zero sicurezza e il PD non ne parla. Diciamo basta!

Per l'amministrazione PD di Roncadelle le nostre prese di posizione sulla sicurezza in paese sono, secondo il sindaco Orlando « un richiamo superficiale e indistinto all'ordine, è un tema sempre buono per chi vuole polemizzare a livello locale e nazionale». Vi abbiamo portato nel famoso sottopasso che porta all'Auchan, dove una nostra concittadina è stata recentemente aggredita e derubata.
RONCADELLE-proLombardia indipendenza
Sempre e solo dalla parte dei roncadellesi.
Guardate il video e giudicate voi:
Video  









venerdì 13 marzo 2015

VIDEO: parlando di consumo del territorio, di speculazione, di inquinamento.......




Cortodocufilm, di Giacomo Andrico su testi di Gian Mario Andrico e fotografie di Virginio Gilberti. 

"Se si continuerà sulla strada intrapresa, che è quella del consumo del territorio e non del suo utilizzo e quella dello spreco, della speculazione, della sconsideratezza... L'aria è inquinata, l'acqua è inquinata, il paesaggio è inquinato e irrimediabilmente stravolto. Il mondo è sotto scacco: il cemento al posto del paesaggio, le comunità corrotte perché senza anima, la terra sta morendo di morte insipiente, ignorante..."



mercoledì 18 febbraio 2015

IL REFERENDUM CONSULTIVO PER L’AUTONOMIA APPROVATO IN REGIONE LOMBARDIA E’ INUTILE

Fonte: WWW.PROLOMBARDIA.EU

Su 79 aventi diritto al voto i sì sono stati 58, compresi quelli dei grillini, e i no 20. Un astenuto. Tra i «sì» anche l’esponente bresciano del Pd Corrado Tomasi. 

E fu così che la montagna partorì il topolino. La macroregione è ormai relegata nello scantinato insieme alle altre mille improbabili proposte elettorali leghiste di questi ultimi 20 anni (ad altre latitudini dicono “Passate le feste, gabbato lo Santo”, la “lombardizzazione” del detto potrebbe essere “Passate le elezioni, dimenticati gli elettori”), a scorno perpetuo di chi continua a porre fiducia in loro.
Se da un lato la Lega Nord conclude imperterrita il suo percorso di “italianizzazione” (come già denunciammo, soli, declinando l’invito a partecipare al Congresso di elezione del loro attuale Segretario Salvini) promettendo rivoluzioni e sfracelli se governasse lo Stato italiano, si palesa completamente inetta nelle posizioni di concreto potere sia in Lombardia, sia in Veneto, dimostrandosi solo capace di disinnescare la voglia indipendentista che in queste due nazioni d’Europa alberga.
Nel caso dei nostri confinanti veneti ha promesso il referendum solo dietro una “raccolta fondi” (disertata in primis dai promotori del referendum stesso, non versando un € dal loro lauto stipendio), come se i figli di San Marco non pagassero già abbastanza tasse ed imposte.
Nel nostro caso, invece, la concessione di un referendum è arrivata da parte di galantuomini che rappresentano partiti politici denominati “Forza Italia”, “Nuovo Centrodestra” e “Fratelli d’Italia”, dopo un ovvio rimpasto di poltrone.
Chiaramente era assolutamente necessario per i proponenti specificare che l’autonomia risiede saldamente “nel quadro dell’unità nazionale”, per evitare polemiche tra gli alleati prima citati; vengono attualmente omessi gli ambiti in cui questa “autonomia” dovrebbe prendere forma per specificarli in una seduta del Consiglio regionale.
Probabilmente non saranno diversi da quelli già chiesti all’epoca della cosiddetta “devolution”, chiaramente bocciati dal successivo referendum tenuto in tutto lo Stato italiano, ma l’occasione sarà solo quella di continuare l’ennesimo gioco di sponda politico con il Partito Democratico, da sempre insensibile a qualsiasi richiesta territoriale lombarda.
Non crediamo assolutamente che questo referendum serva a “sensibilizzare” i lombardi in materia, perché chi governa la Lombardia dimostra di non fare nulla per aumentare questa presunta sensibilizzazione: non ha promosso nulla che possa rifarsi ad un percorso indipendentista ed identitario, anzi ha approvato un “inno” dal quale qualsiasi lombardo, forse addirittura vergognandosi d’essere tale, ha immediatamente preso le distanze e prossimamente proporrà l’attuale “rubinetto” come bandiera ufficiale di regione Lombardia.

Nei fatti, una Regione che si muove “nel quadro dell’unità nazionale” italiana niente altro può scegliere se una canzonetta raffazzonata alla veloce come inno e un simbolo inventato e scelto da una giunta di democristiani come bandiera, diversamente da tutte le altre libere nazioni d’Europa.


martedì 17 febbraio 2015

RONCADELLE (BS-LOMBARDIA): CENNI STORICI



Roncadelle (Roncadèle)


Lo stemma adottato dal Comune nell'800 rappresenta in tre simboli la storia di Roncadelle: la roncola per richiamare l’origine del nome e dei primi insediamenti abitati, la torre fortificata per sottolineare l’importanza storica del castello locale, il ponte sul Mella per ricordare lo stretto legame con il fiume e con la vicina città di Brescia.

Insediamenti continuativi sono documentati dal Medioevo, quando il territorio locale appartiene in gran parte al monastero femminile bresciano di Santa Giulia. Nel corso del ‘300 è la famiglia Porcellana ad assumere la signoria locale, testimoniata dall’erezione del castello e di varie altre costruzioni. La storia locale, priva di grandi eventi, risente del costante legame con la città di Brescia, anche quando Roncadelle diventa Comune autonomo nel 1800.
Il nome di Roncadelle deriva dal latino altomedievale runcare (=smuovere, dissodare, estirpare, ossia preparare il terreno alla coltivazione), ma il suo territorio, almeno nella parte più occidentale, cominciò ad essere coltivato prima dell'era cristiana, essendo stato assoggettato alla centuriazione romana. Testimonianze di quei lontani insediamenti, favoriti dalla vicinanza di Brescia e dalla presenza dell'antica via per Laus Pompeia (Lodi Vecchia), sono i ritrovamenti di un'epigrafe e di una moneta di epoca romana.
Il territorio di Roncadelle risentì costantemente della presenza del Mella e del Gandovere, che ne determinarono la conformazione e la composizione, la disponibilità di acqua, di ghiaia e di pesce, nonché i frequenti e dannosi allagamenti. 
Durante la dominazione longobarda, divenne una curtis regia, ossia un importante centro di produzione agricola appartenente alla corona, solo in parte coltivato a prati e vigne, utilizzato soprattutto come riserva di caccia e come provvista di legname per la corte ducale di Brescia.
Ereditata dal re Desiderio nel 756, la corte di Roncadelle fu donata al nuovo monastero femminile di S. Salvatore (poi dedicato a S. Giulia) per essere runcata, ossia destinata alla coltivazione. Nei secoli successivi, il monastero vi eresse un cascinale ed un mulino sulla strada per Travagliato e vi mantenne un hospitium presso il transito del Mella sulla strada principale che univa Brescia a Pavia. Accanto a questi importanti riferimenti locali, si vennero formando due nuclei abitati distinti e spesso rivali, che nel Basso Medioevo vennero chiamati "Contrada dei Cortivi di Sopra" e "Contrada di Sotto (o dell'Osteria)".
La popolazione locale, composta per lo più da dipendenti del monastero, si venne via via incrementando e si costituì in comunità: il 15 maggio 1306, davanti alla locale chiesetta di Santa Giulia, la vicinia di Roncadelle manifestò il desiderio di un sacerdote permanente, impegnandosi a contribuire al suo sostentamento.
Dal sec. XIII, mentre il monastero di S. Giulia viveva un lungo periodo di crisi, si vennero affermando a Roncadelle nuovi proprietari, provenienti sia dalla nobiltà feudale che dai cives, cittadini arricchitisi con le proprie attività economiche. Tra questi emersero i Porcellaga, che vi acquistarono molti terreni e, dalla metà del '300, vi gestirono l'appalto dei dazi sulle merci in transito e i boschi demaniali lungo il Mella.
Il territorio di Roncadelle, dopo essere stato comune rurale nella Quadra di Rovato, dal 1386 venne sottoposto alla giurisdizione diretta di Brescia e inserito nelle Chiusure cittadine rimanendovi per oltre quattro secoli. Tale situazione non bastò a proteggerlo dalle razzìe degli eserciti nemici (soprattutto nel periodo di passaggio dal dominio visconteo a quello veneto), ma comportò per i suoi abitanti alcuni importanti privilegi; mentre i Porcellaga, ottenuta la perpetuazione dei loro diritti di appalto nel 1410, poterono esercitare su Roncadelle una lunga signoria locale.
Pecino Porcellaga e, dopo di lui, i figli Antonio e Marco, provvidero a dotare i possedimenti di Roncadelle di tutte le infrastrutture necessarie. Particolarmente impegnativa fu la realizzazione della seriola, chiamata "Porcellaga", per irrigare con le acque del Mella gran parte dei loro terreni. A Roncadelle i Porcellaga possedevano, oltre a terreni e cascine, anche una segheria, l'unica osteria, il forno, le fornaci; alla fine del '300 decisero di realizzarvi un castello per meglio difendere le loro proprietà e per affermare, anche visibilmente, la loro signoria sul territorio.
Dotato di mura, torre e fossato, il castello sorse in mezzo alle due antiche contrade e contribuì allo sviluppo economico e demografico del territorio, che divenne sempre più abitabile e produttivo grazie ai lavori di prosciugamento degli acquitrini, di livellamento dei terreni, di canalizzazione e arginatura delle acque. La popolazione locale si stabilizzò intorno ai 700 abitanti e tale rimase nel lungo periodo di dominio veneto, nonostante le periodiche carestie ed epidemie e le frequenti inondazioni del Mella., Sulla importante strada "degli Orzi", che collegava la città alla fortezza di Orzinuovi, si svilupparono attività artigiane e commerciali. Tra queste, andò assumendo particolare importanza la produzione e la vendita di mattoni, coppi e ceramiche ottenute dalla lavorazione dell’argilla.
Fonte battesimale nella chiesa di S. Bernardino Nella seconda metà del '400 venne eretta, nella Contrada di Sopra, una nuova chiesetta, dedicata al popolare predicatore francescano Bernardino da Siena, transitato anche da Roncadelle nel 1422 e proclamato santo nel 1450. Intorno al 1530, in seguito ad una precisa disposizione testamentaria di un loro congiunto, i Porcellaga di Roncadelle acquistarono il giuspatronato della nuova chiesetta impegnandosi a mantenervi un sacerdote permanente, come la popolazione locale andava chiedendo da tempo. La chiesa di S. Bernardino, destinata a diventare parrocchiale, venne ingrandita e abbellita, anche con l'intervento del Romanino; nel 1531 venne dotata di un campanile e nel 1555 di un fonte battesimale; ma soprattutto vi venne mantenuto costantemente un curato, che si dedicava ai bisogni spirituali della popolazione. La chiesa venne consacrata ufficialmente il 3 Giugno 1565. Il nuovo impulso religioso della comunità locale è testimoniato dalla nascita della confraternita del SS. Sacramento, che assunse importanti compiti devozionali e assistenziali.
In quel periodo fiorì a Roncadelle una sorta di Rinascimento locale. Grazie al diffuso desiderio dei proprietari terrieri di dimorare a lungo nelle proprie tenute e alla crescente sensibilità estetica, vennero sorgendo anche a Roncadelle nuove residenze di campagna e furono abbellite le case padronali già esistenti. Alcune stanze vennero fatte interamente affrescare. I maggiori cascinali (S. Giulia, Antezzate, Fedrisa, Villa Nuova, cui si aggiunse poi il Savoldo) si dotarono di oratori. Nella santella campestre sulla strada per Travagliato fu eseguito nel 1542 un dipinto di pregevole fattura. Nella seconda metà del '500 il castello venne trasformato in residenza signorile e per affrescarlo vennero chiamati il Romanino ed altri noti pittori bresciani.
I Porcellaga si fecero poi coinvolgere, dalla fine del '500 alla metà del '600, dal diffuso clima di violenza, che pesò anche sulla popolazione locale. Soprattutto Sansone, sua moglie Camilla Fenaroli e il loro figlio Pietro Aurelio assunsero ruoli da signorotti feudali e commisero vari abusi e delitti, non sempre perseguiti dalle autorità bresciane e venete. Tale situazione ebbe termine il 5 aprile 1647 con l'arresto di Pietro Aurelio e la sua condanna definitiva.
Il castello Sua figlia Chiara Camilla, unica erede legittima delle vaste proprietà dei Porcellaga a Roncadelle, sposò nel 1659 il conte Gaspare Giacinto Martinengo Colleoni e riportò alla normalità la vita civile di Roncadelle. Anche il nuovo curato Faustino Agosti contribuì alla svolta interpretando egregiamente il bisogno di rinnovamento morale della popolazione locale, che si ricompose attorno ai comuni valori cristiani. Il cambiamento nella realtà locale fu reso visibile, verso la fine del '600, dall'ampliamento della chiesa parrocchiale, abbellita da nuovi dipinti e arredi, e dal rifacimento del castello, trasformato in imponente e lussuoso palazzo residenziale.
La guerra di successione spagnola, nei primi anni del ‘700, lasciò dolorose tracce anche a Roncadelle, da quando il principe Eugenio di Savoia, comandante in capo delle truppe imperiali, venne ospitato per alcuni giorni dal marchese Pietro Emanuele Martinengo Colleoni nell’agosto 1701, fino a quando le truppe in conflitto non si allontanarono dal territorio bresciano nel 1706. In quegli anni Roncadelle subì pesanti requisizioni e saccheggi. Il 3 febbraio 1705, presso il ponte del Mella, si affrontarono tremila soldati francesi e duemila imperiali in un cruento scontro, che provocò gravi ferite anche al generale francese Lautrech, spirato poche settimane dopo a Brescia.
Il rifacimento del castello non venne mai portato a termine dal marchese Pietro Emanuele, che si limitò ad ultimare e abbellire l'ala orientale, sia per la morte dell'unico erede maschio che per le rivendicazioni avanzate da alcuni Porcellaga di Brescia sulle proprietà di Roncadelle. Rimaste ai Martinengo, queste passarono per diritto ereditario agli Erizzo di Venezia e, nel 1816, furono vendute al nobile Scipione Guaineri, discendente di una famiglia che da alcuni secoli aveva possedimenti a Villa Nuova di Roncadelle.
Nel frattempo il vento della Rivoluzione Francese, dopo aver dato l'ultima spallata alla ormai decrepita Repubblica Veneta, aveva spazzato via come foglie secche gli antichi privilegi, di cui anche Roncadelle aveva goduto per alcuni secoli; inoltre, nel 1798, dopo un millennio di ininterrotto possesso, i terreni del monastero di S. Giulia a Roncadelle e i relativi stabili vennero confiscati dal nuovo regime.
Tra i numerosi cambiamenti attuati in quel periodo, vi fu la revisione dei confini del comune di Brescia, che consentì a Roncadelle di costituirsi, nel 1800, in Comune autonomo, gestito per alcuni anni da un Amministratore Municipale nella persona di Gaetano Piozzi. L'autonomia amministrativa, dopo alcuni ripensamenti, venne confermata nel 1816 dal governo austriaco. Il Comune venne gestito per alcuni decenni da Deputati scelti nella ristretta cerchia dei possidenti locali (Scipione Guaineri, Vincenzo Quaresmini, Clateo Franzini, Luigi Dusi, Manlio Calini) e, dopo l'unificazione d'Italia, da sindaci e assessori provenienti dalle stesse famiglie, cui si aggiunsero alcune personalità bresciane, che avevano interessi a Roncadelle, come il cav. Francesco Berardi, il dr. Rodolfo Rodolfi e l'ing. Giovanni Tagliaferri.
I simboli scelti per lo stemma del comune furono la roncola come richiamo all'origine del nome di Roncadelle, la torre fortificata per sottolineare l'importanza del castello nella storia del paese, e il ponte sul Mella per ricordare lo stretto legame con il fiume e con la vicina città di Brescia.
La popolazione locale, rimasta pressoché costante per alcuni secoli, ricominciò ad incrementarsi e raddoppiò nel corso del XIX secolo. La nuova espansione del paese fu resa visibile dalla progressiva edificazione lungo le strade di congiungimento dei nuclei abitati esistenti.
Il municipio La permanenza della grande proprietà agraria e lo sviluppo dell'occupazione operaia nelle vicine fabbriche cittadine favorirono a Roncadelle un'accentuata presenza sindacale, che portò ai primi scioperi agricoli, alla nascita di nuclei di socialismo attivo, a forme di mutuo soccorso e di cooperazione. Il disagio economico-sociale durò a lungo e si manifestò con sporadici episodi di violenza, soprattutto nella Contrada di Sotto.
All'inizio del '900 venne realizzato il Municipio per accogliervi gli uffici comunali e le scuole elementari. Grazie ad un legato di Lucia Mussetti, vi venne avviato anche un asilo infantile, intitolato al dottor Pietro Cismondi, tragicamente scomparso nel 1885.
La prima guerra mondiale, che causò tra la popolazione locale numerose vittime, diede una nuova coscienza ai lavoratori e anche a Roncadelle si inasprirono i conflitti sociali. Dopo una breve gestione amministrativa di segno progressista nel 1920-22, Roncadelle ritornò sotto la guida moderata e paternalistica dei possidenti. L'agrario Mario Lombardi, eletto sindaco nel 1923, dal 1926 assunse la carica di podestà, sostituito poi da Paolo Dusi nel periodo 1930-39. Le guerre volute dal fascismo comportarono nuove perdite e sofferenze per la popolazione locale.
Monumento ai caduti Nella lotta antifascista si distinse Scipione Guaineri, che dal 1943 divenne punto di riferimento per i partigiani, per alcuni rifugiati politici e per i soldati alleati dispersi nella zona, onostante l'ala occidentale del castello fosse occupata da un comando militare tedesco. Nell'aprile 1945 si verificarono in paese alcuni episodi di guerriglia, che provocarono la morte di quattro soldati tedeschi e di due roncadellesi.
La gestione amministrativa locale, affidata nel 1946 ad una coalizione di sinistra (guidata da Angelo Manenti e poi da Eugenio Braghini), nel 1960 alla lista democristiana guidata dal prof. Luigi Sala, nel 1973 ad una maggioranza socialcomunista guidata da Renato Tobanelli, dal 1993 è affidata ad una giunta di centro-sinistra guidata da Giovanni Ragni, dal 2005 fino alla primavera 2015 è affidata nuovamente ad una giunta di centro-sinistra guidata dal Sindaco Michele Orlando (in consiglio comunale e in giunta ininterrottamente dal 1996) e dal Vice-Sindaco Damiano Spada (in consiglio comunale ininterrottamente dal 1996). Nella primavera 2015 si svolgeranno le nuove elezioni amministrative per il rinnovo del consiglio comunale.
Nel dopoguerra il paese ha continuato ad espandersi: oltre allo sviluppo dell'edilizia privata, delle strade e delle attività produttive e commerciali, vi sono state realizzate varie opere pubbliche e nuovi servizi per una popolazione che è quintuplicata nel corso del '900.


Fonte: dal sito del Comune di Roncadelle

sabato 14 febbraio 2015

Identità lombarda ed indipendentismo

Fonte: WWW.PROLOMBARDIA.EU



Merita qualche riflessione il tema dei vessilli lombardi e dell’approccio, identitario o meno, su cui l’indipendentismo in Lombardia può fondarsi.
Soprattutto dopo un articolo in cui, in modo non del tutto velato, il nostro movimento viene accusato ed etichettato con epiteti volti al negativo: non si sa se per necessità di sviare l’attenzione dal traballante referendum sull’autonomia e farsi così notare dai nuovi amici in Regione Lombardia (gli unici destinatari del nostro comunicato, del resto), per puro protagonismo o per altro. Continuiamo quindi a credere che l’indipendentismo in Lombardia sia stato screditato dalle azioni di quel partito che agisce da più di 20 anni nella nostra terra e all’estero, più che dalla nostra opera o dal nostro approccio filosofico, e sarebbe bene astenersi da dispensare giudizi ed etichette in merito quando si dimostra di non averli ben compresi.
Della definizione di “Nazione”
Una nació és una comunitat de persones vinculades per territori, història, tradicions, cultura, llengua, economia…, amb consciència d’aquests vincles i voluntat d’afirmar-los i de fer-los respectar. La identitat catalana, articulada a partir d’aquests paràmetres, respon a aquesta definició de nació. Els Països Catalans, actualment, són una de les moltes nacions sense estat en una Europa en què les fronteres no responen a la realitat nacional que la integra.”
La citazione sopra non è stata redatta da un partito “etnonazionalista” catalano mosso dalla “volontà di escludere” qualcuno, ma da Esquerra Republicana de Catalunya (principale partito della locale riscossa indipendentista, di sinistra e progressista tra l’altro), che ne ha fatto l’incipit del proprio progetto politico. Un partito che, con coerenza di ideali e costanza di prassi, con più pratica e meno grammatica, è riuscito a portare la questione catalana dove ben sappiamo.
Non possiamo quindi che prendere spunto da una realtà così viva e di successo come quella catalana, senza alambiccarne presunte “lezioni” che determinerebbero la presunta mancanza di “identità” nel processo indipendentista catalano; il quale non solo è presente per ammissione esplicita dei suoi protagonisti politici, ma anche implicita per quel che riguarda la popolazione che fa parte di tale processo: durante le manifestazioni indipendentiste si parla prevalentemente la lingua catalana, e per accendere la curiosità sul voto catalano in molte capitali europee si sono compagnie di “Castells” (le Torri Umane), una delle espressioni della peculiarità identitaria catalana.
Con quello spirito nel cuore, insomma, l’identità catalana si è fatta largo anche nei cuori di chi catalano di nascita non è, facendogli quindi capire che la Catalogna è una nazione e come tale merita la propria indipendenza.
Perché la Lombardia non dovrebbe quindi percorrere lo stesso percorso?
Obiezione 1) “Perché i lombardi sono insensibili alla propria identità, i fallimenti degli ultimi 30 anni lo dimostrano”.
Obiezione senza fondamento. Per 30 anni la questione indipendentista è stata erroneamente interpretata da un partito che,  al massimo, parlava dell’inesistente “Padania”, con un “Sole delle Alpi” verde in campo bianco (gli stessi colori della Rosa camuna, tra l’altro, sarà anche per questo che gli iscritti a questo movimento se ne stanno così innamorando?) come bandiera. Come si è già detto nell’altro intervento, l’azione di governo regionale “identitaria” (volta insomma a riscoprire le peculiarità culturali lombarde e a propagandarle tra la cittadinanza) è sempre stata prossima allo zero. Quei pochi centri culturali finanziati dalla Regione in questi anni sono stati purtroppo via via depotenziati e finanziati male. Eppure non si può proprio dire che i lombardi siano disinteressati alla propria cultura e alla propria identità: è innegabile che stiamo vivendo un periodo in cui la lingua lombarda, nelle sue varianti, si sta rivitalizzando per merito di privati cittadini ed associazioni; ci fosse un serio sostegno amministrativo (che in Catalogna negli anni non è mai mancato) saremmo ancor più in là con il discorso.
Il termine "identità" viene ben utilizzato qui dalla pagina social del Comune di Milano
Il termine “identità” viene ben utilizzato qui dalla pagina social del Comune di Milano FEBBRAIO 2015
Obiezione 2) “Riscoprire o celebrare l’identità vuol escludere chi non ha il pedigree lombardo”.
Obiezione ancor più assurda della precedente. Impossibile negare che chiunque recepisca come “più integrato” una persona di natali non lombardi che però ne parla la lingua (o almeno ne possiede una marcata cadenza). Più un’identità è ben spiegata, senza inutili paure o illazioni, più è in grado di farsi accettare anche da chi non è “erede fisico”; ancora una volta quindi citiamo l’esempio catalano. Solo quando due culture diverse si incontrano può nascere l’integrazione: se uno dei due non possiede cultura, come può chiedere ad un altro di integrarsi? Ecco perché nella Lombardia italiana, mortificata nella propria cultura e ridotta a mera istituzione locale, si hanno problemi marcati di integrazione.
Per rendere immediatamente "integrato" il soggetto principale della campagna pubblicitaria, è stata utilizzata la lingua lombarda
Per rendere immediatamente “integrato” il soggetto principale della campagna pubblicitaria, è stata utilizzata la lingua lombarda
Obiezione 3) “Non è il periodo storico per rivalutare la propria identità”.
Anche qui, è il contrario. Come ben spiegato in questo articolo datato 2011: “…Questa evoluzione va a legarsi con un altro mutamento in atto nei manuali scolastici: la perdita di centralità della storia italiana a favore di una visione più ampia del discorso storico, allargata all’Europa e, per quanto possibile, al mondo. Il Risorgimento italiano e l’unità d’Italia non sono più presentati come eventi pressoché distinti rispetto a quanto accade nel resto del continente, ma divengono argomenti da trattare non diversamente da quelli che concernono gli eventi coevi a livello europeo e mondiale. Si è passati, quindi, da manuali tradizionali prettamente italocentrici, a manuali policentrici.” – da “La storia d’Italia (mal)raccontata agli italiani” – pubblicato sulla rivista “Limes”
Questo vuol dire che, anche sotto questo aspetto, la propaganda filo unitaria sta cedendo colpi. Non è per loro più possibile, per esempio, affrontare con la stessa sicumera di sempre il tema del “risorgimento”; lo sminuire le precedenti esperienze storiche (e ciò vale per tutti i popoli presenti nello Stato italiano) per rileggerle in un’ottica “italianista” si sta sempre più affievolendo. Compito anche nostro quindi non ignorare o sbeffeggiare la nostra stessa cultura e la nostra stessa identità, quantomeno per tenerle vive per chi sarà più interessato.
Un esempio concreto, apartitico e apolitico datato Febbraio 2015. 
Lingua lombarda 1
L'opinione di una professoressa di Storia e Filosofia sempre FEBBRAIO 2015
L’opinione di una professoressa di Storia e Filosofia sempre FEBBRAIO 2015
Obiezione 4) “Basta allora che lo Stato italiano conceda le rivendicazioni identitarie per smorzare qualsiasi processo indipendentista”.
Lo Stato italiano si fonda sul dogma di un “unico popolo italiano”, ammettendo che invece è composto da più popoli vorrebbe dire sconfessare sé stesso e la propria natura come è sempre stata presentata.
Le trappole insite nel rigetto dell’approccio identitario.
1) Porre la questione indipendentista in un’ottica esclusivamente economica.
Il vero nemico dell’indipendentismo non è il suo approccio identitario, ma è piuttosto un errato senso di “egoismo” che traspare quando si approccia la tematica in modo unicamente fiscale: “Se i cittadini italiani residenti nella regione Lombardia non vogliono più pagare è perché non sono solidali con i cittadini italiani residenti nelle altre regioni“, è questo il pensiero comune che tanti lombardi stessi purtroppo fanno. Se non ci si vuol riconoscere come “lombardi” allora ci si riconosce come “cittadini italiani residenti nella regione Lombardia“: e sperare di coinvolgere una popolazione in un processo indipendentista ammettendo però che essa è “popolo” appunto dello Stato dal qual ci si vuole staccare, è una fortissima contraddizione dalla quale si svia per convenienza.
Basterebbe quindi che lo Stato italiano si adoperi per concessioni in senso fiscale per smorzare qualsiasi processo indipendentista: basti vedere la riforma del Titolo V, che spense per anni qualsiasi volontà indipendentista in Lombardia o Veneto.
2) Porre la Regione come fulcro dell’azione politica indipendentista.
Grazie al “buongoverno” di tanti governi regionali (per primo quello lombardo), l’ente in questione è prevalentemente visto come inutile ulteriore “mangiatoia” che grava sulle spalle del contribuente, richiedere ulteriore “autonomia” per un Ente che gode di pessima fama fa ricadere nella trappola “dell’egoismo”. I discorsi “sovranisti”, inoltre, si son rivelati un fallimento principalmente in quelle regioni già a Statuto speciale, dove le possibilità per esercitare tali poteri sono in teoria garantiti, figuriamoci nelle regioni a Statuto ordinario quale è la Lombardia. L’Ente regionale non è sovrano di nulla e la sua vita o meno dipende dal livello istituzionale più alto, lo Stato italiano. Se questo decidesse d’imperio di fondere Lombardia e Piemonte in un’unica Regione dal nome “Distretto 1″, togliendole qualsiasi prerogativa, potrebbe farlo benissimo. L’Ente regione deve essere quindi considerato al massimo come un “mezzo” per arrivare all’autodeterminazione di un’attuale nazione senza Stato, utilizzando le possibilità che offre per introdurre con più facilità discorsi identitari che avanzano comunque in modo naturale.
Questo intervento è da intendersi come una piccola ed incompleta puntualizzazione su tematiche che meritano doverosi approfondimenti, dei quali ci occuperemo più avanti. Visto il particolare momento che sta passando la politica lombarda, non ci interessa soffermarci su polemiche fatte partire da chi ci governa da 20 e più anni senza risultati, o dai loro aspiranti ghostwriters / spin doctors / avvocati / portaborse.
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giovedì 12 febbraio 2015

Stampa locale: Pro Lombardia indipendenza, elezioni amministrative maggio 2015!


Giornale di Brescia - Domenica 11 gennaio 2015


BresciaOggi - Domenica 11 gennaio 2015

martedì 23 dicembre 2014

Buone feste, buon Natale e buon 2015 a tutti!

Buone feste, buon Natale e buon 2015 a tutti! Ci rivediamo il 10 febbraio 2015.

W RONCADELLE! W BRESCIA! 
W LA LOMBARDIA! W LA SARDEGNA! 
W SANTIAGO DE CUBA!