di OMAR ONNIS
La retorica del “tutti sono uguali” è una
retorica distruttiva e alla fine reazionaria. Il qualunquismo è una
brutta bestia e ci mette un attimo a mostrarsi per quello che è:
fascismo dissimulato. Nella ignoranza diffusa, le semplificazioni
emotive hanno vita facile. Togliere strumenti critici alle masse,
impoverire la cultura politica della cittadinanza, indebolire la scuola e
l’universotà, togliere spazi al libero esercizio della creatività e
della differenza di visione non portano a forme di maggiore
emancipazione sociale e culturale, ma a facili strumentalizzazioni del
malessere diffuso.
Purtroppo la storia è pressoché
sconosciuta ai più, altrimenti sarebbe evidente la similitudine tra
questi nostri anni e quelli tra il 1919 e il 1925. Allora la guerra
aveva lasciato ovunque strascichi dolorosi e una situazione
socio-politica fragile. Le spinte dei tempi erano troppo più forti della
capacità politica delle classi dominanti. In Sardegna il fenomeno era
ancor più evidente, con i reduci dal fronte determinati a cambiare in
meglio la propria sorte e quella dell’intera isola, mentre la politica
di stampo coloniale e clientelare che aveva prevalso negli ultimi cento
anni non aveva più nulla da dire alle masse. Sappiamo
che se non fosse stato per la debolezza culturale della leadership del
movimento dei reduci e del PSdAz, gli esiti di quella stagione sarebbero
stati diversi dalla normalizzazione che seguì ai successi elettorali
dei sardisti (normalizzazione che si sostanziò nella rinuncia a un
processo di autodeterminazione vero, con la sanzione simbolica del
passaggio al fascismo di una parte consistente del PSdAz medesimo).
Cosa sia successo in quegli anni, almeno a
grandi linee, dovremmo tenerlo a mente tutti. Del marasma dei movimenti
di piazza e del malcontento generalizzato trasse vantaggio chi
possedeva l’intelligenza politica e la mancanza di scrupoli necessarie a
cavalcare la crisi con parole d’ordine semplici, con narrazioni forti
quanto sentimentali, che rimuovevano la complessità del divenire storico
e offrivano un prontuario ideologico facile facile e ampiamente
deresponsabilizzante. L’appoggio della classe dominante, desiderosa di
cambiare tutto per non cambiare niente, non tardò ad arrivare.
Ovviamente sto parlando di Mussolini e del fascismo, con i suoi emuli e i
suoi ammiratori sparsi per l’Europa e per il mondo intero.
La diseducazione alla complessità e la
perdita di punti di riferimento ideali e istituzionali non portano mai a
niente di buono, oggi come allora. Se manca una elaborazione
intellettuale onestamente problematica delle forze che animano le nostre
relazioni, dei rapporti di produzione in cui siamo inseriti e delle
forme narrative di cui si alimenta la nostra vita comunitaria, davanti a
una crisi sia materiale sia spirituale siamo nelle mani degli uomini
della provvidenza, dei capi carismatici, del pensiero debole. Niente di
emancipativo può venir fuori da questi processi.
Oggi, che l’Europa conosce una stagione
di nuovi nazionalismi e di derive xenofobe e reazionarie, che l’Italia è
percorsa da un movimento a tratti squadristico come quello dei
“forconi” e la Sardegna, a parte i forconi nostrani, è interessata in
generale dalla crisi del sistema di potere fin qui dominante, dobbiamo
essere più vigili che mai. Per chi ha spadroneggiato sulla scena fin qui
e per chi vuole spadroneggiare ancora, la tentazione di
strumentalizzare il malcontento a vantaggio di interessi costituiti è
pressoché irresistibile. Usare parole d’ordine apparentemente
liberatorie ma in realtà prive di senso politico e di visione d’insieme,
garantisce la mobilitazione dei delusi e un facile consenso, ma non è
la base su cui costruire alcunché di solido, pacifico e democratico.
L’atteggiamento prevalente
nell’establishment sardo è di tipo chiaramente conservativo. Chi ha
ruoli che producono vantaggi, tende a difenderli con qualsiasi mezzo, a
volte – furbescamente – appropriandosi di temi o slogan dei propri
avversari o apparentemente controproducenti per sé e per la propria
parte. Così facendo, invece, li depotenzia e li piega a facile strumento
di controllo. Altri, che magari non appartenevano fin qui alla classe
dominante, provano ad approfittare dell’indebolimento politico e
culturale attuale per essere ammessi tra le sue schiere, proponendosi
come provvidenziale foglia di fico da ostendere davanti alle strutture
di potere consolidate, onde renderle presentabili e al passo con i
tempi. Anche questo non è un inedito, in fondo.
In Sardegna d’altra parte manca
totalmente un tessuto intellettuale libero e svincolato da interessi
costituiti. O, se c’è, è frammentario e minoritario. Per lo più
l’elaborazione teorica e politica, la comunicazione attraverso i mass
media e la diffusione della cultura e dell’istruzione attraverso le
agenzie formative formali e informali soffrono di un pesantissimo
conformismo al sistema di potere imperante e sono irretiti da un
rapporto equivoco e subalterno con le filiali locali dei partiti e dei
centri di interesse italiani. Da quella parte è difficile che arrivino
contributi critici emancipativi. Può giusto manifestarsi una difesa a
oltranza dello status quo, a volte con argomentazioni penose e evidentemente disperate, ma niente di più.
Se però si nutre l’aspirazione a un
processo di emancipazione collettiva, di liberazione delle forze sane
della società, verso un orizzonte più aperto, più democratico e più
responsabile, l’unica strada è quella del rafforzamento dei presidi
culturali e relazionali, in nome di una complessità che non si può
eliminare, ma solo affrontare ben equipaggiati, per non esserne
schiacciati.
È fondamentale, per questo, indebolire e
se possibile sconfiggere l’assetto della dipendenza e i suoi risvolti
assistenzialistici, rivendicazionisti e spesso falsamente liberatori di
cui è costellato il nostro ambito politico, amministrativo ed economico.
Sono la dipendenza e la sua ideologia, il dipendentismo, il vero nemico
da abbattere. Ipotizzare un processo di autodeterminazione che sia
anche democratico ed emancipativo senza fare i conti con questo elemento
è un mero esercizio retorico o un inganno. Se pure un giorno la
Sardegna diventasse un ordinamento giuridico sovrano, uno stato
indipendente, ma non avesse abbattuto gli assetti della dipendenza e i
loro effetti materiali e culturali diffusi, la stessa indipendenza
potrebbe rivelarsi un mero espediente formale. Saremmo comunque in balia
di forze più grandi di noi, di centri di interesse capaci di manipolare
e di piegare ogni processo al proprio tornaconto, di operazioni
speculative e invasive facilmente presentabili come convenienti, ma in
realtà distruttive. Quanto e più di quel che sta già succedendo ora.
Il processo che ci porterà
all’autodeterminazione e i suoi conteuti ideali, pragmatici e culturali
determineranno la qualità della nostra esistenza da qui ai prossimi
decenni. La vacua retorica para-nazionalista o pseudo-rivoluzionaria,
usata per mistificare richieste di assistenzialismo ancora maggiore e
forme di subalternità deresponsabilizzante ancora più profonde, non è
alleata, in questo cammino, ma è un ostacolo, o un avversario. Per
questo tutti i sardi che abbiano a cuore il proprio benessere e la
propria dignità, la giustizia sociale e la possibilità di interagire col
mondo circostante come soggetto della propria storia dovrebbero sopra
ogni altra cosa contribuire ad abbattere la dipendenza e il
dipendentismo in ogni loro forma, per quanto amichevoli essi possano
sembrare. Lì sta il nocciolo del problema e lì bisogna agire. Subito.
Adesso.
BASTA ITALIA, SARDEGNA E LOMBARDIA INDIPENDENTI!
Giulio Mattu
pro Lombardia indipendenza
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